Intervista ad Hannah Arendt sui “bambini nel bosco”.
In questi giorni tutti parlano dei tre bambini che vivevano in una casa nel bosco, in provincia di Chieti, e che il Tribunale per i Minorenni ha deciso di allontanare dalla famiglia, disponendo il collocamento in comunità con la madre per un periodo di osservazione. Le motivazioni parlano di condizioni abitative precarie, igiene e sicurezza a rischio, relazioni limitate con i coetanei, assenza di scuola.
Sui social è diventato subito un referendum: bosco contro città, famiglia contro Stato, libertà contro burocrazia. In mezzo, come sempre, ci sono tre bambini che tutti nominano e pochissimi ascoltano davvero.
Io non ho gli atti, non posso e non voglio dire se il provvedimento sia giusto o sbagliato. So solo che ogni volta che lo Stato decide dove e con chi devono vivere dei minori, entriamo in un territorio fragilissimo, dove la retorica fa danni e la responsabilità pesa come un macigno.
Per non restare intrappolato nel rumore, oggi il caffè lo prendo con Hannah Arendt, che ha scritto pagine potentissime su educazione, responsabilità, autorità degli adulti e amore per il mondo.
Professoressa Arendt, intanto grazie per aver accettato l’invito. Tutti parlano dei bambini nel bosco, ma spesso più dei genitori o del giudice che dei minori. Da dove partirebbe lei?
Un tè caldo con questo freddo improvviso è un vero toccasana. Partirei da una frase che ho scritto molti anni fa: l’educazione è il punto in cui decidiamo se amiamo il mondo abbastanza da assumerci la responsabilità per esso e, allo stesso tempo, se amiamo i nostri figli abbastanza da non espellerli da questo mondo né strappar loro la possibilità di rinnovarlo.
Quando nascono, i bambini arrivano in un mondo che esiste già: con le sue leggi, le sue istituzioni, le sue brutture e le sue possibilità. Noi adulti siamo una sorta di “ponte” tra questo mondo e loro. Educare significa proprio questo: accompagnarli, poco alla volta, dalla protezione della casa verso lo spazio comune, affinché possano un giorno assumersi la responsabilità del mondo insieme agli altri.
Se li teniamo completamente chiusi nella nostra idea privata di mondo – fosse anche un bosco bellissimo – li priviamo della possibilità di entrare nella pluralità degli uomini. Se li gettiamo troppo presto nel mondo, senza protezione, li esponiamo a un caos che non possono ancora reggere. In entrambi i casi, dimentichiamo che i bambini non sono proprietà dei genitori né dello Stato, ma nuovi venuti che hanno diritto a un domani condiviso.
Qui però lo Stato è entrato con grande forza: carabinieri, assistenti sociali, comunità educativa. Dov’è il confine tra protezione necessaria e abuso di potere?
Non esiste una formula astratta che valga per ogni caso. Ma esiste una domanda politica fondamentale: in nome di chi e di che cosa l’autorità viene esercitata?
Quando lo Stato interviene nelle vite dei bambini, dovrebbe farlo sempre in nome della loro possibilità di entrare un giorno nel mondo da adulti liberi e responsabili. Se una scelta familiare, pur animata da ideali sinceri, impedisce ai figli l’accesso a istruzione, cure, relazioni, allora l’autorità pubblica ha il dovere di interrogarsi e, talvolta, di intervenire.
Ho scritto che in educazione la responsabilità per il mondo prende la forma dell’autorità. L’autorità non è dominio arbitrario, ma assunzione di responsabilità per qualcosa che viene prima di noi e che consegneremo a chi viene dopo. Un genitore ha autorità se si assume la responsabilità di preparare i figli al mondo che esiste davvero, non solo al mondo che immagina. Un giudice, un assistente sociale, hanno autorità se si assumono la responsabilità di limitare il meno possibile i legami affettivi e, allo stesso tempo, di proteggere la crescita del bambino quando è minacciata.
Quando l’intervento pubblico serve solo a riaffermare il proprio potere, è abuso. Quando rinuncia a intervenire per paura o opportunismo, è abbandono. In mezzo c’è una zona stretta e faticosa, dove si decide se davvero “amiamo il mondo abbastanza” da rispondere di queste scelte.
Molti dicono: ma se i bambini stavano bene lì? Se erano felici nel bosco? Quanto conta il fatto che un bambino sembri contento in una realtà molto chiusa?
La felicità di un bambino non si misura solo dal suo sorriso nel presente. Il bambino non ha ancora il metro per giudicare il mondo in cui vive: conosce quello che gli è stato dato.
Io insisto su un punto: chi educa – genitori, insegnanti, istituzioni – deve assumersi una responsabilità doppia: per la vita concreta del bambino e per la continuazione del mondo in cui quel bambino un giorno vivrà da adulto.
Se un contesto chiuso – la famiglia, una comunità isolata, anche una scuola – protegge il bambino da ogni contatto col mondo comune, con altre regole, altre persone, altre storie, può sembrare un paradiso. Ma rischia di diventare una prigione dorata. Un bimbo può dirsi “felice” oggi, ma domani potrebbe scoprire di essere stato privato di strumenti essenziali: leggere il mondo, confrontarsi con chi è diverso, scegliere.
Questo non significa che ogni progetto di vita alternativo sia da sospettare. Significa che, nel valutarlo, la domanda non è “è conforme alla normalità media?” ma “offre a questi bambini una vera possibilità di entrare, un domani, nel mondo comune?”
Se la risposta è no – perché manca la scuola, mancano relazioni significative, manca la sicurezza minima – allora l’idea di “felicità” va guardata con grande prudenza.
Dall’altra parte però c’è chi teme che lo Stato usi la tutela dei minori come pretesto per normalizzare ogni scarto, ogni scelta radicale. Quanto è legittimo avere paura di un potere che decide cos’è una “buona” infanzia”?
È una paura legittima. Ogni volta che una istituzione definisce un modello di infanzia “giusto” e pretende di imporlo a tutti, siamo di fronte a una tentazione molto pericolosa.
La funzione dell’autorità in educazione non è produrre bambini conformi, ma rappresentare il mondo così com’è e preparare i nuovi venuti ad abitarlo e, magari, a cambiarlo. Lo Stato deve evitare due rischi simmetrici: trasformare le proprie norme educative in una religione civile – ciò che non rientra nei suoi schemi viene espulso – oppure ritirarsi del tutto in nome di una libertà astratta, lasciando i bambini in balia di adulti irresponsabili.
Ho scritto che chi rifiuta di assumere la responsabilità del mondo non dovrebbe avere figli né occuparsi di educazione. Questo vale per i genitori che usano i figli come cavie per le proprie utopie, ma anche per le istituzioni che usano i casi umani per confermare le proprie ideologie.
Perciò non si può fare di ogni scelta di vita alternativa un abuso, né di ogni intervento dello Stato una violenza. Bisogna giudicare caso per caso, con quella facoltà di giudizio che non si sostituisce con nessun algoritmo e nessun protocollo.
In tutto questo, i media e i social trasformano la storia di tre bambini in un processo pubblico: insulti alla presidente del tribunale, santificazione o demonizzazione dei genitori. Che cosa le fa pensare questo spettacolo?
Mi fa pensare a quanto sia difficile, oggi come ieri, pensare prima di giudicare. Ho scritto che è più facile agire sotto una tirannia che pensare in una situazione di libertà: perché la libertà ci obbliga a esercitare la nostra facoltà di giudizio, invece di ripetere slogan altrui.
Il processo mediatico trasforma una vicenda complessa – fatta di relazioni, traumi, condizioni materiali, atti processuali – in una favola morale con buoni e cattivi. In questo modo tradisce la realtà dei bambini, che non hanno bisogno di essere trasformati in simboli di una battaglia culturale, ma di essere guardati nella loro concretezza.
Quando si discute pubblicamente di casi che riguardano minori, la prima regola dovrebbe essere il pudore: parlare poco, parlare bene, non sostituirsi al giudice senza avere i fatti. E ricordare che ogni parola violenta detta contro chi decide – o contro chi è coinvolto – può ricadere, prima o poi, proprio sui bambini.
Un’ultima domanda, professoressa Arendt. Se potesse parlare direttamente ai diversi adulti coinvolti – genitori, operatori, giudici, commentatori – cosa direbbe?
Ai genitori direi: se scegliete una vita radicale, fatelo assumendovi non solo la responsabilità delle vostre convinzioni, ma anche del mondo che i vostri figli dovranno incontrare. Amarli non significa tenerli lontani dal mondo per paura della sua bruttezza, ma accompagnarli così che possano, un giorno, tentare di migliorarlo.
Agli operatori sociali e ai giudici direi: ricordate che il vostro potere è grande e, per questo, fragile. Ogni decisione di allontanamento incide sulla biografia di una persona per sempre. Non lasciate che la paura, il risentimento o il bisogno di autoassolvervi guidino le vostre scelte. E, quando sbagliate – perché gli adulti sbagliano – abbiate il coraggio di riconoscerlo.
A chi commenta da fuori direi: nessuno ha il diritto di obbedire – nemmeno al proprio istinto di schierarsi subito. Fermatevi un momento prima di condividere l’ennesima indignazione. Chiedetevi a chi serve, davvero, ciò che state per dire.
L’unico criterio, alla fine, dovrebbe essere questo: questa parola, questa decisione, questa omissione, apre o chiude il mondo di domani per questi bambini?
Quando “spengo” questo tè fuori tempo con Hannah Arendt, mi resta addosso una sensazione scomoda: nessuno di noi – né i genitori nel bosco, né i giudici, né noi che lavoriamo nei servizi – può chiamarsi fuori dalla responsabilità del mondo che stiamo lasciando ai bambini.
La storia di Chieti non è la storia del bosco contro lo Stato. È la storia, molto più fragile, di tre bambini sospesi tra due mondi: quello sognato dai genitori e quello rappresentato dalle istituzioni. Il punto non è chi vincerà il braccio di ferro; il punto è se, alla fine, quei tre avranno un mondo un po’ più grande e più abitabile davanti a sé.
Il resto, come sempre, è rumore di fondo.
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