Intervista a Maria Montessori sulle classi “inclusive” di oggi
Ci sono mattine in cui basta entrare in una scuola per capire che qualcosa non torna.
Oltre venti alunni in classe. Cinque con certificazione. Altri quattro “osservati”, in attesa di diagnosi.
Un insegnante di sostegno che divide il suo tempo tra due sezioni.
Registro elettronico, due piattaforme, dieci sigle: DSA, ADHD, BES, PDP, PEI…
La chiamiamo “classe inclusiva”, ma spesso l’unica cosa che includiamo davvero è l’ansia: degli insegnanti, dei genitori, dei bambini. Capita anche qui, tra Calabria e dintorni, dove la parola “inclusione” corre più veloce delle risorse, degli specialisti e degli insegnanti di sostegno.
Ogni tanto mi chiedo cosa direbbe Maria Montessori se si trovasse davanti a una di queste classi.
Così, per questo nuovo dialogo fuori tempo, ho deciso di fare la cosa più naturale nel mio piccolo universo: invitarla al tavolino di un bar e offrirle un caffè.
La sua voce è ricostruita a partire dai testi originali e rielaborata con l’aiuto di un modello di intelligenza artificiale generativa: quando non si tratta di citazioni letterali, è una voce verosimile e molto vicina al suo pensiero. L’IA è solo uno strumento di scrittura: le domande, le scelte e la responsabilità restano umane. E, in questo caso, mie.
Dottoressa Montessori, oggi parliamo moltissimo di “inclusione”. Ma tanti bambini continuano a perdersi. Dove sta l’inganno?
Quando una parola viene ripetuta troppo spesso, bisogna sospettare che stia coprendo un vuoto.
La vera inclusione non è mettere tutti nello stesso spazio, ma permettere a ciascuno di trovare il proprio posto nel mondo.
Finché sarà il bambino a doversi adattare a una scuola rigida, rumorosa, affollata, voi chiamerete “fragile” il bambino. Se, al contrario, sarà la scuola ad adattarsi al bambino, scoprirete che molte fragilità erano semplicemente bisogni umani ignorati troppo a lungo.
Ho scritto che “il bambino, guidato da un maestro interiore, lavora instancabilmente a costruire l’uomo che sarà”. La scuola inclusiva dovrebbe limitarsi a non ostacolare questo lavoro silenzioso, invece di aggiungere ostacoli burocratici e ambienti impossibili da abitare.
Le nostre classi arrivano facilmente a 22 alunni. Lei parlava di “ambiente preparato”. Che senso ha oggi questa espressione?
Un ambiente non è “preparato” perché ha la LIM, i tablet o le sedie colorate.
È preparato quando permette al bambino di muoversi, scegliere, concentrarsi, lavorare in pace.
Voi parlate di “classi pollaio” e pensate che il problema sia solo il numero. Il numero conta – l’attenzione dell’adulto non è infinita – ma il nodo più profondo è la forma della giornata scolastica: tutti seduti, tutti alla stessa pagina, tutti valutati allo stesso modo, nello stesso momento.
Nelle mie Case dei Bambini i gruppi erano numerosi, ma i bambini non erano prigionieri delle sedie: si muovevano, sceglievano il lavoro, ripetevano da sé. L’insegnante non “teneva la classe”, osservava e interveniva quanto meno possibile.
Se un adulto deve controllare ogni gesto di 22 bambini, quella non è una classe: è una caserma in miniatura.
Un ambiente preparato, invece, è un luogo in cui l’ordine nasce dalle attività stesse dei bambini, non dalla voce dell’adulto.
Negli ultimi anni sono esplose le diagnosi: DSA, ADHD, altri BES. Lei come leggerebbe questa situazione?
Quando iniziai a lavorare con i bambini che il sistema considerava “deficienti” e “irrecuperabili”, scoprii che molti di loro non erano incapaci: erano stati privati di un ambiente adatto. Cambiando i materiali, i tempi, il clima, mostrarono concentrazione, intelligenza, gioia nel lavoro
Per questo ho sempre avuto molta prudenza verso il bisogno di classificare. Le categorie cliniche possono aiutare a capire e a dare strumenti, ma possono anche diventare una prigione. Prima di chiedervi “che cosa ha questo bambino?”, domandatevi “che cosa manca alla nostra scuola perché lui possa fiorire?”.
Se l’ambiente è povero, rigido, rumoroso, se chiede a tutti di stare seduti e zitti per ore, è naturale che alcuni bambini non reggano. A volte, ciò che chiamate “disturbo” è un modo confuso per dire:
“Qui dentro, così, io non ce la faccio”.
Questo non significa negare i disturbi reali. Significa ricordare che una diagnosi non è un marchio, ma una richiesta ancora più forte di un ambiente preparato.
Facciamo mappe concettuali, usiamo software compensativi, prevediamo misure dispensative. È sufficiente per rendere la scuola inclusiva?
Ogni strumento che restituisce al bambino dignità e possibilità di riuscire è prezioso. Ho sempre creduto nei materiali concreti, nelle mani in movimento, nei supporti che consentono di capire prima con il corpo e poi con le parole
Ma gli strumenti, da soli, non bastano a correggere una didattica che resta pensata per un solo tipo di mente: veloce, verbale, performante. Se la scuola è costruita sul “bambino medio”, avrete bisogno di un’infinità di eccezioni e sigle.
Se la scuola è davvero inclusiva, molti strumenti che oggi chiamate “compensativi” diventano semplicemente buona didattica per tutti.
Non si tratta di aggiungere strumenti speciali a una struttura rigida, ma di ripensare la struttura. Il bambino con DSA non è un problema da gestire accanto alla lezione “normale”: è un maestro che vi costringe a inventare un modo migliore di insegnare a tutti.
Gli insegnanti sono stanchi, spesso soli. In molti casi, soprattutto al Sud, tengono insieme burocrazia, fragilità familiari, mancanza di servizi. Cosa direbbe a loro?
Direi anzitutto che la loro fatica è reale. Non potete chiedere a un insegnante di essere, allo stesso tempo, educatore, burocrate, psicologo, assistente sociale, mediatore culturale.
Ho scritto che “il più grande segno di successo per un insegnante è poter dire: i bambini ora lavorano come se io non esistessi”. Ma perché ciò sia possibile, l’insegnante deve essere messo in condizione di preparare l’ambiente, osservare, riflettere, formarsi. Non può passare il tempo a rincorrere registri, scadenze, circolari.
Vi invito a difendere la dignità del vostro ruolo: chiedete formazione vera, tempo per progettare, spazi per confrontarvi. E nello stesso tempo, ricordate che ogni piccolo cambiamento che riuscite a fare nella vostra classe – un angolo di lavoro autonomo, un momento quotidiano di silenzio, un modo diverso di osservare i bambini – è un atto politico più forte di molte parole.
La scuola non si salva con l’eroismo individuale, ma nemmeno senza la vostra capacità di resistere creativamente dentro sistemi imperfetti.
Nel ringraziarla per aver accettato l’invito, le chiedo se vuole ordinare qualcos’altro e le pongo l’ultima domanda. E le famiglie? Alcune chiedono diagnosi come fossero assicurazioni sul futuro, altre le rifiutano. Alcune difendono la scuola, altre la vivono come un nemico. Dove li metterebbe, in questa fotografia?
Grazie a lei per questa passeggiata nel tempo. Mi sento sospesa quasi quanto il bambino che vive sospeso tra due mondi: la casa e la scuola. Quando questi due mondi si parlano solo tramite avvisi sul diario, chat aggressive o note disciplinari, il bambino impara una cosa sola:
“Se qualcosa va storto, devo scegliere da che parte stare”.
Molti genitori hanno paura: che il figlio resti indietro, che venga etichettato, che non sia visto. È una paura comprensibile in sistemi che premiano la prestazione e puniscono l’errore. Ma la risposta non è ottenere un favore in più per il proprio bambino; è lavorare perché tutti i bambini siano visti e rispettati.
Alla scuola direi: smettete di vedere le famiglie come un ostacolo. Imparate a raccontare quello che fate, ad ascoltare davvero ciò che arriva da casa, a chiedere aiuto quando serve.
Alle famiglie direi: smettete di vedere la scuola come un ufficio reclami. Entrateci non solo quando c’è un problema, ma anche quando c’è qualcosa che funziona.
Il bambino non ha bisogno di adulti perfetti, ma di adulti alleati.
Quando “spengo” questo caffè fuori tempo con Maria Montessori mi resta addosso una domanda semplice e scomoda: quanta parte di ciò che chiamiamo “fragilità dei bambini” è in realtà fragilità del mondo adulto che li circonda?
Forse il modo più onesto di usare il suo nome non è metterlo nei PTOF, negli open day o nelle brochure, ma chiederci, ogni tanto, se la scuola che abbiamo oggi somiglia anche lontanamente a quella che lei aveva in mente.
Se la risposta è no, allora il problema non sono solo le diagnosi, le sigle, i “casi difficili”.
Il problema siamo noi. E – come sempre – da lì che bisogna ricominciare.
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